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Osservatorio - Notizia del 03/11/2009
Le ruspe a Villa Deliella e il Liberty finì nel "sacco"
di: Rosanna Pirajno

Il 29 dicembre del 1959 era domenica. E i residenti del quartiere Libertà-Croci, che per tutta la notte avevano combattuto contro frastuoni e polveroni che si insinuavano dalle persiane serrate per non vedere non sapere non parlare, quando andarono a messa in via delle Croci si avvidero della lacuna, della sottrazione di masse che, sviliva lo scenario del percorso consueto. Già, mancava la sagoma corposa, saltate le coperture e ridotti a monconi i muri perimetrali, di quel Villino Deliella che a piazza Crispi faceva da fondale ammirato e decantato, anche se forse se ne ignorava l'artefice e in quel momento pure il carnefice. Nel corso della notte - ecco spiegati i rumori molesti - l'edificio era stato colpito a morte dalle ruspe di precursori che, informati che sindaco Lima e assessore Ciancimino pianificavano una Palermo più bella di quella che gli si era consegnata, si erano subito messi all'opera per rimuovere ostacoli che vi si frapponessero. La Villa Deliella, che sorgeva nel vuoto da allora occupato da un lavaggio auto nelle remore della destinazione a verde pubblico, progettata da Ernesto Basile nel 1898 e realizzata intorno al 1906-09 dal costruttore Rutelli era considerata dalla critica la più interessante delle opere dell'architetto che aveva impresso alla città una sfavillante impronta Liberty. La furia con cui l'abbatterono impedì qualsiasi intervento per salvarla, del resto tutta l'area Libertà era condannata dalle ottuse varianti imposte al Piano regolatore del 1956, con gli incrementi di cubature che solleticavano biechi appetiti e l'incombere del vincolo di salvaguardia, per le opere pregevoli di oltre.cinquant'anni, che sarebbe scattato i131 dicembre. Negli anni Cinquanta, l'asse Politeama-Libertà era il perno attorno a cui ruotava la vita di una società borghese affrancatasi dal centro storico, evacuato a seguito delle numerose distruzioni belliche, e desiderosa di respirare l'aria nuova che i quartieri residenziali estensivi, nati sulle spoglie dell'Esposizione Nazionale del 1892 e rigogliosi di giardini pubblici e privati, offrivano a frequentatori ancora occasionali. Ovvero non residenti nei palazzoni e condomini, che di lì a poco avrebbero soppiantato villette e palazzine «novecentiste», cambiando radicalmente volto e assetto alla nuova espansione cresciuta su orti e"firriati" secondo una cifra stilistica di stampo genuinamente palermitano., A quel tempo si tesseva con godimento il bel viale di platani, da studenti del liceo ginnasio Garibaldi o della facoltà di Architettura in via Caltanissetta, da frequentatori del glorioso Bar del Viale per uno "spongato" o un martini all'aperto, o del cine teatro Olimpia o del lussureggiante Giardino Inglese, o per il puro gusto del "passìo" che contemplava accese conversazioni e sguardi acuti, nessuna vetrina da ammirare né auto da scansare. I giardinetti recintati a piano terra, odorosi di citronella e gelsomino, filtravano appena gli sguardi verso le aggraziate corti ne edilizie che avevano scardinato gli schemi tipologici delle solenni quinte barocche dell'asse Maqueda, imponendo uno stile composito di rimandi neo classici e innovazioni art nouveau nell'impianto che aveva preso a modello la città giardino. Nella seconda metà del decennio inizia l'aggressione al patrimonio architettonico dell'asse Libertà - ricordo la sofferenza che ogni picconata mi procurava, e la targhetta marmorea Villino Miccichè in caratteri liberty, che non ebbi il coraggio di trafugare dalle macerie, culminata nella emblematica demolizione di villa Deliella, e viale in poco tempo cambia radicalmente aspetto. Per farsene un'idea, bisogna andare alle schede del libro di Adriana Chirco e Mario Di Liberto, "Via Libertà ieri e oggi", edito da Dario Flaccovio. Di quanto preesisteva è ora mai sbiadita la memoria, la modernità esige vittime sacrificali ma pesa su molte coscienze che non tanti degli alti edifici sostitutivi siano finiti sui libri di storia dell'architettura, e che la strada alberata Libertà abbia perduto "1'allure" di Viale per assumere quello di asse di attraversamento, preda giornaliera di un traffico caotico rumoroso ed inquinante Eppure l'azione delittuosa,che di soppiatto sottrae ai palermitani un bene del cui valore possono anche sapere poco o niente, rimane il paradigma del «processo torbido e oscuro battezzato con l'etichetta "sacco di Palermo"», come dice Salvo Di Matteo nel suo "Palermo, storia della città", edizioni Kalòs, quindi del dissesto urbanistico che il piano del 1956, «obbligato dalle insopprimibili situazioni di fatto ad accogliere ripetute varianti», mette inesorabilmente in atto. '

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