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Osservatorio - Notizia del 15/08/2009
Un linguaggio nuovo nel centro storico
di: Rosanna Pirajno

Un linguaggio nuovo nel centro storico

La Repubblica - Palermo di Rosanna Pirajno

Le scarne notizie che si hanno del complesso del Conservatorio della SS. Annunziata, appena consegnato all’Opera universitaria con destinazione Residenza per studenti, si debbono all’inesausta ricerca del compianto Rosario La Duca che dovette pure penare, arrivatagli la segnalazione il 5 giugno 1971, per bloccare l’opera di demolizione del prospetto avviata dal Comune per “motivi di sicurezza”. L’edificazione come reclusorio femminile ha origine nel 1645, nel 1671 una marchesa Geraci di Ventimiglia lo destina alla accoglienza di “vergini pie” affidate alle cure di alcune religiose, nel 1796 la cappella viene trasformata in Chiesa e adornata di un portale in pietra da taglio, attribuito a Venanzio Marvuglia, che sposta l’accesso dal vicolo alla piazza Casa Professa. E’ l’ultimo atto che conforma il vasto Piano, ove monumenti come la Casa dei PP. Teatini e la Biblioteca comunale, il Monastero della Martorana e il Collegio di S. Rocco, ed edilizia di “connettivo” dialogano senza confliggere in un “raccolto ambiente” che dura finché non lo disintegrano i bombardamenti del 1943, che centrano il Conservatorio danneggiandolo gravemente ma risparmiando fortunosamente la facciata.
Da allora, il «sereno e composto prospetto» salvato dalle ruspe, resta a lungo una quinta puntellata dietro cui si va formando un «vero e proprio immondezzaio, rifugio … di cani randagi che, abbaiando alla luna … uniscono la loro voce alla musica degli effimeri caffè-concerto di quel centro storico che, dopo ben 56 anni dalla fine della guerra, non ha ancora ritrovato la sua antica identità», scrive La Duca nel 1999. E va oltre, denunciando le “deturpazioni” già subite dal Piano con la costruzione, sull’area di risulta di edifici bombardati, di un «anacronistico edificio scolastico», di «sopraelevazioni operate dai padri Gesuiti in alcuni corpi di fabbrica della loro casa …», mostrandosi oltremodo scettico su un «imminente sblocco della situazione», a dispetto del passaggio di proprietà dell’area all’Università. Le speranze di una soluzione del “vuoto” si erano riaccese quando, nel 1974, l’Università affida l’incarico del progetto di massima per un “centro culturale per studenti universitari” all’Istituto di Progettazione della facoltà di Architettura, allora diretto dal Maestro Gino Pollini che forma un gruppo di lavoro con i suoi assistenti Pasquale Culotta, Giuseppe Laudicina e Tilde Marra.
Di lì a poco il progetto, lodato e pluri-pubblicato, si arena nelle secche burocratiche finendo nel novero, come sostiene Tilde Marra che ne ha raccolto l’eredità, delle «occasioni perdute per la città che si è privata di un’opera di architettura moderna di grandissimo interesse». Della metà degli anni novanta è l’incarico ai componenti il nucleo originario afferenti al Dipartimento di Storia e Progetto: Culotta, Laudicina e Marra raccolgono il testimone e redigono un nuovo progetto per “residenza universitaria e servizi”, sulla scorta delle prescrizioni del Ppe nel frattempo entrato in vigore, che condiziona al “ripristino tipologico” del manufatto.
In base alla L. 76/88 il compito di realizzare le residenze universitarie compete all’Istituto Autonomo Case Popolari, che incarica gli architetti Pasquale Culotta e Tilde Marra, in prosecuzione della precedente attività di ricerca progettuale, e aprendo il cantiere dei lavori nel 2006. A seguito della prematura scomparsa del collega Culotta, Marra proseguirà la direzione lavori da sola con la collaborazione dell’ architetto Daniele Parlavecchio.
Il complesso era in origine composto da unità edilizie diverse per consistenza ed epoca di costruzione, con il seicentesco corpo allungato che esponeva i suoi pregi anche in facciata ed altri di modesto interesse, articolati sul retro attorno a piccole corti interne. L’operazione “progettuale” che ha riconsegnato il complesso alla città -una residenza di 31 camere con servizi, ambienti di soggiorno, riunione e studio, mensa e caffetteria affacciate sulle corti, alloggio custode e servizi tecnici, foresteria per docenti di passaggio e logge sui tetti, oltre al corpo per attività culturali aperte all’esterno - ha messo in atto strumenti di “forma e linguaggio” per riconfigurare il luogo urbano che bombe e incuria avevano sfregiato, dotandolo di un opera necessaria e risolutiva. Di “forma” in quanto la volumetria ricostruita colma una delle insopportabili lacune ancora presenti nel centro storico, ricompone un tessuto connettivo a tratti lacerato e rivitalizza, con presenze stabili e durature, funzioni e attività un tempo formicolanti tra vicoli e piazzette. Di “linguaggio” poiché quello architettonico usato dagli architetti Culotta e Marra, asciutto ed essenziale da nulla concedere al mimetismo stilistico del “falso antico”, punta piuttosto ad uniformare il “principio insediativo” ai caratteri minuti e poco appariscenti della edilizia di contorno. Con particolare attenzione alla vivibilità degli spazi interni, silenziosi e luminosi da invito alla concentrazione, e sui dettagli di una architettura che riscatta la sua ascendenza “economica e popolare” con la sommessa eleganza di una composizione rigorosa ma non severa, che interpreta senza fronzoli lo spirito del luogo e della sua storia. Paradigma materializzato di come si possa, e pur si debba, intervenire in centro storico usando con discrezione e mano ferma il linguaggio del moderno.

- Allegato

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