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Osservatorio - Notizia del 08/01/2009
Paesaggio da salvare. Dieci anni senza regole
di: Nino Vicari

da la Repubblica/Palermo, 8 gennaio 2009


PAESAGGIO DA SALVARE
dieci anni senza regole
di Nino Vicari

Che cos’è il paesaggio? Se lo sono chiesto in molti nel passato, alla ricerca di una definizione convincente valida per tutte le culture, a partire da quelle estetica e filosofica. La più ampia riflessione rimonta al ponderoso saggio di Rosario Assunto del 1973, sul Paesaggio e l’estetica, nel quale il paesaggio è definito come ideale di bellezza della natura da contemplare, come oggetto estetico che ci fa gioire. Ne risulta il concetto di una categoria astratta del pensiero, simile ad altre categorie immateriali, come l’etica o il piacere, il cui senso è largamente condiviso.
Ma quando il paesaggio si configura come bene culturale appartenente alla collettività, come valore da tutelare e difendere, il suo significato è affidato non più alla filosofia, ma al diritto pubblico e cioè alla politica che lo esprime.
Già nel 1939 il legislatore ne cominciò a definire i confini, non ancora come paesaggio, ma come cose immobili che hanno caratteri di bellezza naturale o di singolarità geologica: complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale, bellezze panoramiche considerate come quadri e come punti di vista o di belvedere accessibili al pubblico dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze e vi include anche le ville, i giardini, i parchi. E con il regolamento attuativo del 1940 istituì i piani territoriali paesistici, affidando a commissioni provinciali presso le soprintendenze il compito di compilare gli elenchi delle bellezze naturali.
Il tema del paesaggio viene ripreso nel 1947 dai padri costituenti, che gli dedicano l’art. 9 della Costituzione, in cui si afferma il principio che la Repubblica tutela il paesaggio storico e artistico della nazione, portando quindi l’attenzione non solo all’ambiente naturale, ma anche a quello ereditato dalla storia,.
Le commissioni provinciali previste dal regolamento del 1940 vengono nel dopoguerra in gran parte istituite e propongono una prima ipotesi di tutela delle bellezze naturali. Che però non diviene operante con vincoli di salvaguardia e viene ben presto sopraffatta e abbandonata sotto l’espansione tumultuosa delle città e l’invasione incontrollata del territorio.
La nozione di paesaggio come valore di bene culturale e patrimonio della collettività espressa dal diritto pubblico, di cui il legislatore aveva solennemente affermato la supremazia, soccombe rispetto al diritto soggettivo a cui corrisponde l’interesse di natura economica espresso dalla proprietà immobiliare privata.
Difficile si rivela infatti la protezione di un valore come il paesaggio che ha fondamento in un’astratta categoria del pensiero ed è quindi di valutazione soggettiva e in pari tempo valore di scambio radicato e sedimentato nell’opinione comune e inoltre protetto da un’antica giurisprudenza.
Per correre ai ripari Giuseppe Galasso, sottosegretario ai bb.cc., promuove nel 1985 una legge più avanzata, rendendo non più opinabili ma oggettivi i beni da proteggere.
Vengono così sottoposti a tutela i territori costieri compresi in una fascia di 300 metri dalla battigia, i territori contermini ai laghi, i fiumi, i torrenti, i corsi d’acqua e le relative sponde, le montagne, i ghiacciai, i parchi, le riserve, le aree boschive, le zone umide, i vulcani. Si tratta di una linea di difesa compromissoria, non essendo solo quelli elencati gli elementi del territorio in cui risiede il paesaggio, ma è già abbastanza per proteggere quanto resta da salvare nelle parti più delicate e significative del territorio dopo i danni inferti dalla speculazione selvaggia degli anni del dopoguerra.
La legge che obbliga le Regioni a redigere i piani territoriali paesistici, che il regolamento attuativo della legge del 1939 affidava alle Soprintendenze. E le Regioni si attivano a pianificare i propri territori, ricercando regole, procedure, compatibilità, sostenibilità, in una gara di prontezza e velocità, proporzionale all’interesse che l’argomento suscita nella cultura e negli schieramenti politici.
Anche la Regione siciliana mette mano al proprio Ptpr, producendo le linee guida del piano, sotto forma di una pregevole analisi preliminare del territorio, che vengono approvate nel 1999, dando vita ad una complessa attività progettuale affidata a diciassette gruppi di lavoro, quanti sono gli ambiti in cui il territorio dell’isola viene suddiviso.
Da quel tempo vari eventi normativi si sono susseguiti con i quali si ribadisce e si consolida a livello nazionale ed europeo la politica di conservazione del paesaggio, dal testo unico sui bb.cc. del 1999, al Codice Urbani del 2004, alla Convenzione europea sul paesaggio, adottata nel 2000, ma recepita in Sicilia solo nel 2006.
Ma ad oggi, dei diciassette ambiti del Ptpr siciliano solo quello di Ustica è divenuto operante. Tutti gli altri, mentre l’esercito di esperti mobilitati dall’assessorato dei bb.cc.aa. ancora si interroga su che cosa è il paesaggio, sono ancora lontani dalla meta finale.
Senza contare che giunge da non molto lontano il suono delle fanfare di guerra che già si profilano in mano ai detentori di interessi di rendite di posizione, costituitesi nel territorio e nelle comunità locali, presso le quali spesso i nemici del paesaggio si sono insinuati ed organizzati.
E intanto il paesaggio, che pragmaticamente Giuseppe Galasso aveva pensato di definire nei suoi elementi essenziali in modo semplice ed inequivocabile, a settant’anni dalla definizione dei piani paesistici e a ventiquattro dalla legge che li ha resi obbligatori, è rimasto nella nostra regione indifeso ed è oggetto di una pratica costante di erosione, fino a far temere che il piano paesistico prossimo venturo non abbia più niente da proteggere e tutelare.
E dire che se avessimo avuto la fortuna di avere fra i responsabili dei beni culturali fedeli interpreti e onesti esecutori delle norme di legge, un po’ di paesaggio di casa nostra si sarebbe potuto salvare, forse la Conca d’oro, certamente Pizzo Sella.

L’autore è rappresentante della Fondazione Salvare Palermo

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