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Osservatorio - Notizia del 12/12/2008
ALIBI E OMISSIONI SUL PARCO DELL’ORETO
di: Nino Vicari

È del 2001 la consegna dello studio di fattibilità del Parco dell’Oreto da parte di Esosfera spa, commissionato dai tre comuni di Palermo, Monreale Altofonte, i cui territori sono attraversati dal fiume. E da quella data molteplici sono state le iniziative che hanno visto coinvolti i tanti soggetti istituzionali interessati al problema, la Regione, i Comuni, la Provincia, l’Università. A cui si sono affiancate le associazioni ambientaliste, prima fra tutte il WWF che ha collaborato allo studio di fattibilità, seguito da Fiumara d’arte, con il progetto “il fiume Oreto patrimonio dell’umanità”, da Salvare Palermo con una mostra-convegno inaugurata da Danielle Mitterand, e poi dal FAI, da Italia nostra, da Legambiente che hanno aderito ad un tavolo tecnico dell’assessorato all’ambiente del Comune di Palermo, con lo scopo di formulare proposte sulla delimitazione del Parco e sui suoi contenuti progettuali.
Le manifestazioni di Antonio Presti, patron di Fiumara d’arte, si sono susseguite a partire dal 2004, con l’obbiettivo di realizzare lungo l’asta fluviale un museo open air di opere d’arte contemporanea. Una campagna di sensibilizzazione ha coinvolto le scuole, tappa intermedia la raccolta di firme per ottenere una legge di iniziativa popolare per l’istituzione del Parco.
Frattanto Provincia e Comuni hanno indirizzato all’assessorato regionale al Territorio la richiesta di inserimento del Parco fluviale dell’Oreto nel piano regionale dei parchi e delle riserve ai sensi della legge regionale 98/81.
Ma quale Parco? Quale la sua estensione, che oscilla fra quella dell’intero bacino imbrifero del fiume, dell’estensione di 135 kmq e per tutta la lunghezza di 22,5 Km, a quella minimalista del solo fondo valle con le immediate sponde, a cui è pervenuto lo studio di fattibilità di Ecosfera? Quale il modello di gestione del Parco, che dovrà esprimere un’authority, i cui poteri di governo del territorio si dovranno sovrapporre a quelli degli enti locali, ridimensionandoli fortemente? Quali i vincoli di tutela e di salvaguardia che fatalmente dovranno investire parti consistenti del territorio e del patrimonio edilizio storico o recente, gran parte del quale prodotto dall’abusivismo?
Questi ed altri interrogativi non hanno finora trovato risposta per una sorta di stallo introdottosi nel dialogo fra le parti in causa.
La Regione siciliana si è limitata a dichiarare lo studio di fattibilità compatibile con il quadro programmatico di sviluppo regionale. Ma il suo assessorato al Territorio non risponde alla richiesta degli enti locali di inserimento e classificazione del Parco nel piano regionale, presupposto ineludibile per l’emanazione di una legge istitutiva. Anzi fa sapere che non sono tempi di pensare a nuovi parchi regionali, la cui istituzione implica impegni economici non compatibili con lo stato delle finanze regionali.
Dubbi sorgono fra gli studiosi sull’opportunità di fare ricorso alla legge 98/81 che definisce il sistema dei parchi naturalistici e delle riserve nel territorio siciliano, nel quale il Parco fluviale dell’Oreto, per il carattere dei territori attraversati fortemente antropizzati, non sembra potersi inserire. Richiamando altre possibili alternative come il piano di gestione del SIC (sito di importanza comunitaria) dell’Oreto in corso di formazione (che però riguarda solo alcune aree del bacino e comunque non costituisce strumento di vincolo atto a proteggere l’ambiente che si vuole salvaguardare) o come la costituzione di un Consorzio fra gli enti locali ed altre istituzioni interessate, che si proponga la creazione di un parco intercomunale e la gestione delle opere di riqualificazione ambientale.
Ma intanto, fra silenzi, timori e dubbi, il corso del fiume continua ad essere una cloaca a cielo aperto, che versa a mare i liquami di fogna di varia provenienza e quel poco che resta del patrimonio agricolo ancora indenne continua ad essere eroso, come nel comune di Monreale, da costruzioni legittimate da un vetusto strumento urbanistico che da vent’anni non si riesce a rinnovare.
Perché, allora, in attesa che si faccia luce sugli aspetti istituzionali e sulle prospettive di sviluppo del territorio, non si adotta un nuovo percorso, verificando sul campo la buona volontà ostentata dalle istituzioni locali?
Iniziativa prioritaria e indipendente dall’istituzione del Parco, a cura di un ente coordinatore come ad esempio la Provincia, dovrebbe essere nelle more quella di dotarsi di un progetto unitario per il disinquinamento del corso d’acqua, mediante la canalizzazione e lo smaltimento degli scarichi di fogna: operazione pregiudiziale ad ogni altra rivolta alla riqualificazione ambientale, da avviare ad un finanziamento europeo con carattere di urgenza e da gestire con un accordo di tipo consortile.
A cui potranno seguire progetti di iniziativa locale per la rinaturalizzazione del fondo letto e delle sponde, anche separati e indipendenti per gli attraversamenti dei tre territori comunali, ciascuno dei quali presenta specificità differenziate. A partire da quello della città di Palermo, dove l’alveo è costretto in una ridotta canalizzazione cementificata.
Ai fini poi di proteggere l’intero territorio dall’incessante assalto della mano privata alle risorse ambientali, si chiama in causa la Soprintendenza ai bb.cc.aa., unica autorità individuata come competente e responsabile, affinché sottoponga a vincolo paesaggistico l’intero bacino imbrifero dell’Oreto, per un controllo sistematico di tutte le attività di trasformazione del bacino, fino all’adozione di un definitivo strumento di vincolo e di sviluppo.
Solo così è possibile fugare il sospetto che l’istituzione del Parco costituisca un alibi per rinviare sine-die l’evento tanto vagheggiato, allo scopo di lasciare tutto fermo allo stato in cui si trova.

da la Repubblica/Palermo, venerdì 12 dicembre 2008

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